Solidarietà ai prigionieri sharawi

L’associazione Jaima Sahrawi esprime la sua vicinanza ai prigionieri politici sahrawi detenuti a Salè che la sera del 5 aprile hanno interrotto, dopo 37 giorni, lo sciopero della fame avviato per denunciare le gravissime condizioni della loro detenzione e l’arbitrarietà della loro condanna.
I prigionieri politici hanno interrotto lo sciopero della fame in considerazione del grave deterioramento delle loro condizioni di salute, delle preoccupazioni ricevute dai famigliari e dalle associazioni per i diritti umani di tutto il mondo, tra cui l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani (AMDH), e, soprattutto, dell’impegno preso dallo stato marocchino, attraverso il Consiglio per i Diritti Umani, a rispettare integralmente i propri diritti.
I prigionieri politici, tutti attivisti per i diritti umani, sono stati condannati a pene tra i 20 anni e l’ergastolo dal Tribunale Militare di Rabat per gli scontri succedutisi allo sgombero, da parte delle forze militari marocchine, del “campo della dignità” di Gdeim Izik nel novembre 2010. Il campo, definito da Noam Chomsky come il vero inizio della “primavera araba”, venne eretto nell’ottobre dello stesso anno dalla popolazione sahrawi del Sahara Occidentale occupato per richiedere allo stato marocchino migliori condizioni sociali, la fine delle discriminazioni e il rispetto del diritto all’autodeterminazione nella soluzione del conflitto. Dopo un mese di protesta pacifica, durante il quale perse peraltro la vita per un colpo sparato dai militari Nayem El Garhy, un ragazzino di 14 anni che stava tentando con la famiglia di unirsi alla protesta, il campo venne sgomberato dalle forze di sicurezza marocchine. Seguirono scontri nel campo e in tutto il Sahara Occidentale, che provocarono un numero ancora imprecisato di morti e di feriti.
Gli organizzatori della protesta vennero quindi imprigionati e sottoposti al giudizio militare che li ha condannati, senza la possibilità di appello, e nel quale sono stati denunciati dagli avvocati la falsificazione delle prove e la violazione dei più basilari diritti della difesa.
L’associazione Jaima Sahrawi, in collaborazione con OSSIN – Osservatorio Internazionale per i Diritti, partecipò al giudizio con un suo osservatore, constatando come le garanzie del giusto processo venissero ignorate e come il giudizio si svolgesse in un clima generale di intimidazione.
Chiediamo al governo italiano, all’Unione Europea e alla comunità internazionale di fare tutte le pressi oni possibili affinché il governo marocchino rispetti gli impegni assunti e liberi tutti i prigionieri politici sahrawi.
Chiediamo altresì che la comunità internazionale si attivi per ridare slancio al processo di autodeterminazione e decolonizzazione del Sahara Occidentale, che è bloccato da anni e che è minacciato da preoccupanti sviluppi, come l’arbitraria espulsione dal territorio di 80 membri della missione ONU e la chiusura di un suo ufficio da parte del governo marocchino.

Esprimiamo la nostra solidarietà ai prigionieri, alle loro famiglie e al popolo sharawi tutto, in lotta da oltre 40 anni per vedere riconosciuto il suo legittimo diritto all’autodeterminazione, e chiediamo infine alla cittadinanza reggiana, da anni amica del popolo sahrawi, e all’opinione pubblica italiana e internazionale di non dimenticare questo conflitto irrisolto.

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