E’ iniziata la campagna abbonamenti del Teatro Boiardo

La nuova stagione teatrale del Boiardo vedrà esibirsi sul palcoscenico da novembre prossimo volti e nomi noti nel panorama nazionale, solo per citarne alcuni Marco Paolini, Sonia Bergamasco, Marco Baliani, Silvio Orlando, Massimo Zamboni per un totale di 8 appuntamenti fino a aprile 2018. Per info su abbonamenti e orari apertura biglietteria http://www.cinemateatroboiardo.com/biglietteria/
Grande novità di quest’anno, verrà proposta tra gennaio e febbraio 2018 una mini rassegna composta da tre appuntamenti, di teatro ragazzi per famiglie alla domenica pomeriggio, nell’ottica di offirire sempre nuove occasioni di confronto e crescita per pubblici diversi. Altro appuntamento molto atteso è quello della rassegna di teatro ragazzi per le scuole alla mattina che proporrà 5 spettaccoli per bambini e ragazzi dalle scuole d’infanzia a quelle di secondo grado, compreso uno spettacolo in lingua inglese.

Ma il Boiardo non è solo teatro, è anche cinema, cinema di prima visione, cinema d’essai e incontri con autori, registi, protagonisti della scena italiana. L’inizio delle proiezioni è previsto per questa sera, sabato 16 settembre, con la commedia “Un profilo per due” di Stéphane Robelin (fino a lunedì 18 settembre) e poi proseguirà di settimana in settimana con film dal venedì al lunedì, ad ottobre inizierà il mercoledì sera anche la rassegna di film d’essai. Il lunedì sera l’ingresso è scontatissimo a euro 4.

Passiamo ad analizzare tutti gli spetatcoli del cartellone: si inizia martedì 7 novembre con “Lacci” con Silvio Orlando, regia di Domenico Starnone che si apre con la lettera che Vanda scrive al marito che se n’è andato di casa, lasciandola in preda a una tempesta di rabbia impotente e domande che non trovano risposta. Si sono sposati giovani, all’inizio degli anni Sessanta, per desiderio di indipendenza, ma poi attorno a loro il mondo è cambiato, e ritrovarsi a trent’anni con una famiglia a carico è diventato un segno di arretratezza più che di autonomia. Perciò adesso lui se ne sta a Roma, innamorato della grazia lieve di una sconosciuta e lei a Napoli con i figli. Che cosa siamo disposti a sacrificare, pur di non sentirci in trappola? E che cosa perdiamo, quando scegliamo di tornare sui nostri passi? Perché niente è più radicale dell’abbandono, ma niente è più tenace di quei lacci invisibili che legano le persone le une alle altre. Domenico Starnone ci regala una storia emozionante e fortissima, il racconto magistrale di una fuga, di un ritorno, di tutti i fallimenti, quelli che ci sembrano insuperabili e quelli che ci fanno compagnia per una vita intera.

Martedì 19 dicembre è la volta di Un alt(r)o Everest di e con Mattia Fabris e Jacopo Maria Bicocchi. Jim Davidson e Mike Price sono due amici. Sono una cordata. Nel 1992 decidono di scalare… la loro montagna: il Monte Rainier nello stato di Washington, Stati Uniti.
 Il sogno di una vita, una vetta ambita da ogni scalatore, un passaggio obbligatorio per chi, nato in America, vuole definirsi Alpinista. “The Mountain” come la chiamano a Seattle.
 Ma le cose non sono mai come ce le aspettiamo e quella scalata non sarà solo la conquista di una vetta. Sarà un punto di non ritorno, un cammino impensato dentro alle profondità del loro legame, un viaggio che durerà ben più dei 4 giorni impiegati per raggiungere la cima. “L’alt(r)o Everest” è una storia vera, non è una storia famosa, da essa non è stato tratto nessun film, ma potrebbe essere la storia di ognuno di noi. E forse lo è. Proprio per la sua spietata semplicità.
Una storia che racconta le difficoltà e i passaggi obbligatori che la vita ci mette davanti.
 Crepacci.
 Non possiamo voltarci dall’altra parte e non possiamo giraci intorno ma solo attraversarli.
 Due amici, due vite, due destini indissolubili.

Sonia Bergamasco sarà la protagonitsa di “L’uomo seme” sul palco martedì 23 gennaio 2018, tratto dal libro “L’uomo seme “di Violette Ailhaud, ed. Playground. In un villaggio di montagna dell’Alta Provenza, all’indomani della Grande guerra, tutti gli uomini sono morti. Il paese è abitato solo da donne e bambini. Violette Ailhaud, testimone dei fatti, trova solo allora e finalmente le parole per raccontare di quando, ancora ragazza, il suo villaggio aveva vissuto un’identica tragedia. Violette affiderà questo suo memoriale a un notaio con l’incarico di consegnarlo alla più giovane delle sue discendenti. Una lingua forte, scabra e ventosa ci conduce in cima alle montagne dove è ambientata la vicenda e dove vive questa comunità di sole donne che stringerà un incredibile patto per la vita. Inno spiazzante alla vita, “L’uomo seme” è uno spettacolo corale concepito in forma di ballata, in cui racconto, canto e azione scenica cercano un punto di equilibrio essenziale. “Quando una storia ci colpisce al cuore” speiga la Bergamasco “sentiamo il bisogno di raccontarla di nuovo e di rinnovarne il segreto ancora e ancora per ritrovare, in chi guarda e ascolta, conferma del nostro sguardo. Questo è quello che mi è successo quando ho letto “L’uomo seme”, testimonianza viva di un’esperienza unica e sconvolgente.”

La guerra sarà la protagonista anche di “Trincea” spettacolo di e con Marco Baliani, in scena giovedì 1 febbraio 2018. “La scena è una grande pagina bianca” spiega la regista Maria Maglietta “uno spazio sospeso, un luogo che attende di vivere. E’ anche una delle “gabbie di Francis Bacon, artista a cui ci siamo ispirati nella ideazione dello spettacolo. La gabbia permette di isolare uno spazio tempo astratto in cui poter “dissezionare” le presenze umane che la agiscono. In questo spazio il corpo di un soldato inizia a muoversi e allora, come grattando nella scorza del tempo, riaffiorano schegge di vita, luoghi, azioni, sempre in una forma materica, concreta. Il soldato è un corpo narrante, tragico baluardo di un disperato istinto di sopravvivenza, e non racconta di un solo uomo, ma ci restituisce i diversi istanti di vita di uomini “comuni” nelle condizioni disumane della Prima Guerra Mondiale. Le immagini si susseguono a volte sollecitate da un suono, a volte create dalle parole, altre volte ancora guidano il corpo del soldato o ne sono guidate, in una tessitura di linguaggi l’un l’altro compenetranti, senza mai cedere a una descrizione illustrativa.

I tanti corpi che appaiono e si dissolvono nello spazio ci restuituiscono la frammentarietà dell’esistenza umana in trincea, lo spaesamento, la solitudine, la perdita di individualità.”

Martedì 13 febbraio verrà proposto uno spettacolo di danza, “Tosca X” della Compagnia Artemis Danza con la coreografia di Monica Casadei. Con questo lavoro Monica Casadei esplora l’universo pucciniano interpretando la celeberrima opera lirica con segno impetuoso ed empatia intellettuale. Anche questo titolo prosegue il percorso di indagine che da diverse stagioni la appassiona: la relazione tra il gesto coreografico e la parola drammaturgica, foriera di una cifra stilistica in sé già eloquente. Un nesso, quello tra fisicità e drammaturgia, particolarmente evidente nell’opera più drammatica di Giacomo Puccini, che concentra le tensioni e le sfide tra opposti nel secondo atto, il più ricco di colpi di scena, capaci ancora di tenere lo spettatore in costante apprensione. Un atto anche musicalmente di grande interesse, tra tutti il meno melodico, caratterizzato invece da incisi taglienti e armonie dissonanti che l’hanno fatto paragonare all’estetica dell’espressionismo tedesco. Sono proprio le accentazioni del secondo atto, che resta il nucleo della pièce, ad interessare Monica Casadei, per il côté musicale quanto per il fiume di dramma e sadismo che ne scaturisce.

Nel segno della tradizione goldoniana andrà in scena martedì 6 marzo 2018 “La bottega del caffè” per la regia di Antonio Zavatteri. Goldoni trova modo ancora una volta di accompagnare gli spettatori lungo il complesso e contraddittorio sentiero dei sentimenti umani, facendo in modo che questo percorso acquisti inedita e imprevista vitalità attraverso la specifica arte del teatro. Il caffettiere Ridolfo prende a cuore sia la sorte del giovane mercante di stoffe Eugenio, che da tempo frequenta assiduamente la casa da gioco di Pandolfo, sia quella di sua moglie Vittoria, che cerca invano di farlo recedere da quel vizio dispendioso. Come sovente accade in Goldoni, questo nucleo narrativo centrale si allarga però sino a formare un affresco composito e colorato, nel quale trovano bella collocazione anche la torinese Placida che, travestita da pellegrina, va in cerca del marito Flaminio, e il nobile e prepotente don Marzio, napoletano ambiguo e chiacchierone, che prova piacere nel frapporre ostacoli al desiderio delle due donne di ricondurre sulla retta via i loro mariti. Il lieto fine è inevitabile in questa commedia spumeggiante, nella quale trovano spazio anche i sogni domestici della ballerina Lisaura.

Penultimo spettacolo in cartellone, giovedì 15 marzo 2018 “Nessuna voce dentro. Berlino millenovecentottantuno” di e con Massimo Zamboni sul palco insieme ad Angela Baraldi e Cristiano Roversi. Un viaggio d’iniziazione nella tumultuosa Berlino del Muro e delle case occupate, dalla strada al palco, dal palco alla strada attraverso il racconto di un percorso esistenziale, quasi che ogni canzone possa dissolversi in un brano teatrale. E’ il 1981, Massimo Zamboni ha 24 anni, e più che scappare dalla provincia emiliana è alla ricerca di un indefinito sé. Berlino, in quella lunga estate, è una città di giovani e di musica, di voglia di futuro, di case occupate: un mix irripetibile di intensità e fragilità. E poi c’è il Muro. Entra in scena sommessamente, quasi soffocato dalla vitalità dell’esperienza cittadina, per poi impadronirsi dello spazio e del senso rivelandosi come autentico coprotagonista del racconto. Nella girandola di situazioni, tra i giorni a servire ai tavoli di un ristorante italiano e le notti a inseguire il sogno più underground, si fa strada la consapevolezza che sia pressoché impossibile uscire dal proprio guscio identitario. La riduzione teatrale del libro “Nessuna voce dentro” (Einaudi, maggio 2017) mette in scena quella Berlino, grazie alle parole del libro e alle canzoni di un’epoca in cui la musica viveva di piena identificazione con la vita e la storia.

Attesissimo sul palco del Boiardo, Marco Paolini porterà in scena “Le avventure di numero primo”, definito anche come un esperimento di fantascienza narrata a teatro. Raccontare storie ambientate nel futuro prossimo è un esercizio confinato in un genere: la fantascienza. Esiste una tradizione di fantascienza in letteratura e nel cinema ma a teatro non è molto diffusa. “Numero Primo” è una storia che racconta di un futuro probabile fatto di cose, di bestie e di umani rimescolati insieme come si fa con le carte prima di giocare. Numero Primo è anche il soprannome del protagonista, figlio di Ettore e di madre incerta. Ma anche le cose e le bestie hanno voci e pensieri in questa storia. Marco Paolini e Gianfranco Bettin, coautori di questo lavoro, sono partiti da alcune domande: Qual è il rapporto di ciascuno di noi con l’evoluzione delle tecnologie? Quanto tempo della nostra vita esse occupano? Quanto ci interessa sapere di loro? Quali domande ci poniamo e quali invece no a proposito del ritmo di adeguamento che ci impongono per stare al loro passo? Quanto sottile è il confine tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale? Se c’è una direzione c’è anche una destinazione di tutto questo movimento?

per info: www.cinemateatroboiardo.com

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